giovedì 15 gennaio 2009

Visita al parco della memoria - mercoledì 26 novembre

Si potrebbero usare tanti aggettivi per descrivere ciò che abbiamo visto oggi: raccapricciante, orribile, tremendo…ma nessuno di questi termini rende l’idea dell’atmosfera che si respira entrando in un parco realizzato per ricordare. Di esso neanche tutte le persone del luogo conoscono l’esistenza e perfino i tassisti faticano a trovarlo e a portarci lì.


Così arriviamo nella CIUDAD UNIVERSITARIA, in un punto qualunque e ci incamminiamo chiedendo indicazioni per raggiungere questo luogo silenzioso, da cui però sembra emergere un brusio che cresce fino a diventare un unico grande grido collettivo di chi è stato imprigionato e solo qui ha trovato chi gli ha ridato voce e dignità.


La storia di queste persone che purtroppo possono essere considerate a pieno titolo vittime del terrorismo di stato ha avuto inizio nel 1976, quando il regime militare, con un colpo di stato, si è impossessato del potere e per mantenerlo ha messo a tacere coloro che avevano un diverso modo di pensare. Fino al 1983 si è proceduto a un vero e proprio annientamento di persone provenienti dal tessuto culturale e intellettuale: la loro colpa era solo quella di essere uomini o donne con funzione educativa o formativa. Insieme a loro sono stati sequestrati, torturati e poi uccisi uomini e donne che non erano in linea con le idee del regime. Prima della caduta del governo militare vennero promulgate due leggi per la salvaguardia degli assassini. La PUNTO FINAL, che chiedeva di dimenticare ciò che era successo per poter ricominciare da quel punto, e l’altra per discolpare i militari dai crimini eseguiti sotto ordine dei superiori, così alla tragedia subita dalle famiglie dei desaparecidos, si univa anche la beffa di dover continuare a vivere al fianco dei loro aguzzini rimasti impuniti grazie anche al successivo indulto.


Tutto questo non è più accettabile e possibile, dopo l’inizio dei processi nei confronti di chi ha annientato un’intera generazione (più di trentamila i desaparecidos di quegli anni) si è pensato che fosse ora di dare voce e memoria collettiva a queste persone.


Nacque così il PARCO DELLA MEMORIA,voluto dalla città di Buenos Aires non come cimitero per i suoi defunti, ma come luogo di culto in cui l’arte sia portavoce universale e globale.
All’interno del parco troviamo tre sculture scelte con un concorso a cui hanno partecipato artisti di diverse nazionalità, a cui presto ne sono state aggiunte altre due e un enorme muro, a forma di FERITA nella città in cui sono presenti 30000 mattonelle su cui dovranno trovare posto i nomi dei desaparecidos che ancora non sono stati ritrovati e aggiungersi ai 9000 già presenti.


Le storie che ci vengono raccontate durante il nostro pellegrinare all’interno del parco sono agghiaccianti: madri rapite incinte, fatte partorire per poter dare i figli alle famiglie borghesi che non ne avevano, per educarli secondo il regime militare, ragazzi che solo oggi scoprono di non essere figli di coloro che credevano fossero i loro genitori, ma di aver convissuto per più di trent’anni con i mandanti degli assassini delle loro vere madri.


…alcuni di noi restano increduli davanti a queste sequenze di orrori, al fatto che nel resto del mondo non se ne parlasse.


Il luogo scelto per la nascita di questo parco è estremamente importante per il ricordo di quei terribili anni…il RIO DELLA PLATA, proprio qui sono stati fatti precipitare dagli aerei molti desaparecidos, e proprio qui si sono perse migliaia di vite. A esse si è voluto dare un ricordo, una memoria che possa essere di tutti, a partire dai giovani studenti delle scuole che vengono in visita in gita tutti i giorni.


Usciamo da questo luogo affranti e pensierosi, ma sicuramente più ricchi. Domani si andrà a vedere e a condividere la marcia delle madri di PLAZA DE MAJO che continua oggi, come in quegli anni, tutti i giovedì pomeriggio alle 15.00


Virna e Daniela

La Plata - martedì 25 novembre


180 en todo el mundo


il corteo lungo le strade del centro della città


Si parte per raggiungere La Plata, capitale della provincia di Buenos Aires, luogo della prossima iniziativa di PATAS ARRIBA.


Da tempo i gruppi locali che lavorano attorno ai progetti di esternalizzazione (cosi vengono definiti i percorsi di fuoriuscita dai manicomi che coinvolgono le persone ricoverate in O.P) si sono attivati affinchè questa iniziativa potesse avere successo. Donne, uomini, ragazzi e ragazze che vivono negli istituti della zona saranno i protagonisti assoluti della giornata ed insieme ad operatori della salute mentale ed a cittadini volontari sensibili ai tema dei diritti, testimonieranno con forza la loro voglia di vivere la vita con dignità fuori dalle mura dell’ ospedale psichiatrico. Tutti si sono preparati da tempo per questo evento. Attraverso la costruzione di un percorso che ha messo al centro la creatività delle persone sono stati realizzati oggetti, striscioni, costumi, scritte. All’iniziativa sarà presente anche un gruppo di murga , costituito da percussionisti e danzatori che in Argentina accompagnano spesso quei momenti in cui è forte la voglia di far sentire la propria voce. Del gruppo, qui a La Plata, fanno parte a tutti gli effetti le persone ricoverate negli Ospedali psichiatrici che frequentano il centro diurno F. Basaglia.


In questi ultimi mesi, la preparazione di questa importante e sentita iniziativa è divenuto il pretesto per poter parlare, insieme alle persone che hanno vissuto l’esperienza tragica del manicomio, di diritti, di cittadinanza, di emancipazione sociale, di riappropriazione della vita.


Arrivati a La Plata scendiamo dagli autobus e poiché siamo in anticipo rispetto all’orario stabilito ci fermiamo a fare uno spuntino. Noi Emiliano romagnoli siamo in tanti e rumorosi. Alcuni componenti di altri gruppi regionali si uniscono a noi. La voglia di “star bene insieme” non manca e chiunque passa da lì non può che rimanere contagiato dall’atmosfera che si respira. C’è chi tra i commensali tira fuori dei tamburelli ai quali si accompagna una sorridente fisarmonica ed immediatamente si alzano voci che intonano tarantelle e canti popolari.


E’ tempo di muoversi. Paghiamo le consumazioni e ci dirigiamo verso Piazza San Martin.


Sembriamo tanti fili dai colori e dalle fatture diverse che si muovono nello spazio cercando di unirsi in una trama comune con altri fili, gli amici argentini. Seguiamo le tracce che, sulle nostre teste, disegnano lunghi e sottili nastri colorati. Più in là compaiono alla nostra vista fogli, stesi lungo delle corde sottili, all’ombra di un sole cocente, come indumenti ad asciugare, sui quali sono impressi forme dai colori vivaci e frasi che parlano di sogni, di desideri, di libertà. E così senza accorgercene prende corpo la trama inestricabile di un tessuto umano che un magico telaio, costruito da utopie condivise, in questo remoto posto della terra riesce a tessere. Uomini e donne che una legge, la 180, ha permesso di vivere il disagio mentale come una possibilità e non come una colpa, si incontrano per stringere la mano ad altri uomini ed ad altre donne che dopo decenni di esilio dietro le mura di una istituzione totale stanno scommettendo di nuovo sulla vita, stanno cercando una strada per la propria emancipazione sfidando una cultura ed un sistema “QUE TE QUITA EL ALMA E TE SUMERGE EN UN MUNDO DE IRREALIDAD”


Più in là il suono prodotto da tamburi, cimbali e piccoli strumenti a percussione attirano la nostra attenzione. Il suono incessante prodotto da quegli strumenti accompagna i movimenti di un gruppo di persone che sembrano rapite da una danza liberatoria. Il ritmo coinvolgente ed incalzante che quegli strumenti producono ci trasforma, ci seduce e risveglia da un sonno antico un movimento che è sempre stato dentro di noi che ci porta ad unirci agli altri. Come tanti pifferai magici i percussionisti ed i danzatori ci trascinano lungo le strade della città formando un colorato serpentone che suscita la curiosità divertita dei passanti. Attraversiamo il centro cittadino. Le auto e gli autobus fermi in attesa mentre transità il nostro corteo si inchinano al nostro passaggio


Ecco ! La città guarda dai finestrini degli autobus, dai marciapiedi, dai tavoli dei bar sparsi lungo le strade l’altra parte di se, quella negata, quella formata degli invisibili che fino a qualche tempo fa erano relegati dietro le mura dei manicomi, quella parte dell’umanità alla quale erano stati negati voce e diritti.


Dolores ed Elisabetta sono due psicologhe che hanno costruito insieme alle donne e agli uomini che frequentano il centro diurno Franco Basaglia questa giornata di festa e di mobilitazione
Son loro che, subito dopo la conclusione della manifestazione, ci invitato a visitare il centro Franco Basaglia dove lavorano.


Ci accoglie sorridente un uomo della sicurezza che protegge il centro da eventuali assalti o furti. Tutto attorno le case presentano inferriate alla finestra conseguenza dovuta alla esistenza di vaste fasce di povertà e quindi alla presenza di fenomeni di micro criminalità. Le inferriate proteggono anche alla porta e le finestre del centro diurno ma questa volta non servono per rinchiudere le persone che lo frequentano o a tutelare i vicini di casa da possibili comportamenti aggressivi di chi ha vissuto in ospedale psichiatrico. Le inferriate , in questo caso, servono a preservare le persone, che frequentano il centro e che sono protagoniste di un progetto di inclusione sociale, dalla possibilità di essere oggetto delle cattive intenzioni di piccoli delinquenti locali.


Dolores ed Elisabeta, due psicologhe che prestano la loro opera all’interno del centro diurno ci introducono negli spazi di questo fortino
Visitiamo la sala da pranzo, il soggiorno, la cucinetta. Nel centro è allestita una mostra fotografica su Franco Basaglia che però non riusciamo a visitare poiché nessuno dei presenti è in possesso delle chiavi. Visitiamo i luoghi all’aperto. Ci mostrano l’orto in cui si coltivano zucche, pomodori ed altri ortaggi. Possiedono anche un allevamento di vermi. Dolores con un bastone solleva del terriccio e ad noi occhi compaiono dei vermi lunghi e grassottelli che si contorcono infastiditi. Elisabeta ci indica il luogo, sotto una tettoia, dove si tengono le riunioni d’equipe e le assemblee con gli utenti del centro diurno . Di fianco, a ridosso di una parete è presente l’immancabile parilla, la griglia sulla quale si può cuocere la saporita e tenere carne argentina.


La palazzina nella quale è ubicato il centro si sviluppa su due piani. Al secondo piano si trovano gli ambulatori dove si tengono i colloqui individuali e si dispensano i farmaci.


La cosa più interessante è costituita dal fatto che gli operatori fanno un costante ed intenso lavoro di contatto con la comunità, con i cittadini. Il centro che è aperto dal lunedì al sabato fino alle 20, 20 e 30, ogni giorno si riempe di artisti, artigiani, danzatori, esperti di multimedia, studenti, tirocinanti che interpretano gli interventi fuori da logiche psichiatriche, utilizzando spazi/laboratorio attrezzati per lavorare la cartapesta, per far musica, danza, dipingere e costruire ceste.


Tutte queste cose le abbiamo ritrovate nella festa collettiva alla quale abbiamo partecipato.
Uno di noi, prima di andar via, di fronte all’entusiasmo con il quale Elisabeta ci raccontava la sua esperienza nel centro le ha chiesto se fosse una dipendente dell’ospedale psichiatrico.
“Sono una psicologa laureata da qualche anno”, ha risposto Elisabeta. E poi continuando : “Faccio la volontaria da circa tre ed in questo momento non penso ad un’assunzione. Spendo il mio tempo qui semplicemente perche m piace”
Per un momento si è creato un breve momento di silenzio e gli occhi di Elisabetta si sono posati sui nostri: sembrava si domandasse “che strana preoccupazione quella di questi italiani”.


Ennio

Il diritto al lavoro una buona medicina contro il disagio mentale

Nella breve assemblea della sera prima, poco dopo una fantastica cena ( insalata mista e spaghetti scotti al sugo) presso l’hotel che ci ospita, si decide di incontrare i lavoratori dell’ hotel BAUEN, un hotel occupato. Nel 2003 in seguito alla deflagrante crisi economica che mise in ginocchio tanti lavoratori e famiglie argentine, i lavoratori di questo albergo decisero di non abbandonare l’azienda fallita, come fece l’imprenditore, ma di occuparla e valorizzarla: questa fu la ragione per cui si costituirono in cooperativa. Attualmente è un hotel in cui i lavoratori sono in lotta, per fermare il tentativo di alcuni imprenditori di riappropriarsene. Loro difendono così il valore sociale e culturale di questa bella esperienza di resistenza. Un bell’esempio di come salute mentale e diritti possono viaggiare insieme. La perdita del lavoro può generare disperazione, ma la forza del gruppo di rivendicare.

Nel pieno centro di Buenos Aires si erge maestoso con i suoi venti piani e le sue 200 stanze l’hotel BAUEN. Entriamo, siamo in tanti e ci ritroviamo in una enorme hall che ci intimorisce. Mi dirigo verso un cameriere che sta imbandendo i tavoli del ristorante e chiedo se c’è qualcuno che è disposto a raccontarci la storia di questo albergo. Mi aspetto una risposta annoiata ed evasiva, ma mi sorprende la sua reazione: sposta immediatamente l’attenzione dalle cose che stava facendo, abbandona le posate sul tavolo e mi invita ad andare con lui fin che raggiungiamo una signora disposta a rispondere alle nostre domande e alla nostra curiosità; le spiego che siamo italiani ed il motivo per cui siamo qua.

Appena sente le ragioni che ci hanno portato fin lì si mette immediatamente a nostra disposizione e ci invita a seguirla fino al terzo piano. Usciamo dall’ascensore e ci dirigiamo verso la porta di un ufficio. Entriamo ed ad accoglierci oltre la luce che filtra vigorosa dalle vetrate e che stride con la penombra del corridoio alle nostre spalle, ci sono le immagini del Che, di Chavez, di Morales, delle madri de la Plaza de Mayo insieme ai manifesti delle iniziative organizzate dai lavorati del Bauen per difendere il loro posto di lavoro dalle mire di speculatori locali o internazionali. Questo è il luogo dove i lavoratori del BAUEN occupato incontrano chi è interessato alla loro esperienza di lotta. Dopo circa un’ora di conversazione estremamente interessante e stimolante ci fanno visitare l’hotel. Ci accompagnano fin sul la sommità dell’edificio sul quale si trova un ampissimo terrazzo. Dopo aver goduto della magnifica vista panoramica della città di Buenos Aires ci lasciamo con la promessa di rivederci mercoledì sera per una cena durante la quale verrà proiettato un video in cui, “los trabajadores en lucha” ci racconteranno la storia di questi ultimi anni.

Ennio

Bandiere…miracolose

Le bandiere che abbiamo fatto volare fin qui da Imola, Ferrara, San Giorgio in queste giornate stanno diventando protagoniste assolute.

Elemento indispensabile alla nostra presenza rumorosa e simpatica che ci accompagna in tutti gli spostamenti.

Alle firme depositate che ci hanno sostenuto in questa idea si vanno aggiungendo quelle dei cittadini argentini che incrociamo lungo i marciapiedi di Buenos Aires. Siamo una presenza che non passa inosservata e attira la curiosità della gente. Con la penna in mano ci rivolgiamo alle persone che incontriamo, poi “firma! firma!, patasarriba! patasarriba! sono le parole più ricorrenti.

La gente si ferma e la cosa che ci stupisce è la voglia di sapere, “che cosa vogliono da noi questi italiani”. E’ questo il motivo che ci ha spinto in 240 a percorrere tante miglia per raggiungere questa terra. La risposta immancabile è: “contro ogni pregiudizio! NO agli ospedali psichiatrici”.

La mano convinta afferra la penna e traccia la propria firma sulla nostra bandiera. C’è chi si sofferma e vuole approfondire la questione. Si crea un naturale capannello di persone. Tutti hanno voglia di raccontare un pezzo di questa straordinaria esperienza.

Egidio il saggio

Conferenza stampa all’Unibo di Baires - lunedì 24 novembre

DA VICINO NESSUNO E’ NORMALE

Dopo un’affollata assemblea mattutina nella la hall dell’albergo che ci ospita ci prepariamo a partire dall’hotel Salles per partecipare alla conferenza stampa che si terrà alla sede dell’università di Bologna a Buenos Aires. I preparativi sono febbrili. L’atrio dell’hotel è irriconoscibile, si è trasformato all’improvviso in un grande spogliatoio. C’è chi indossa le magliette con il logo di patas arriba , chi si veste con le bandiere che abbiamo portato dall’Italia annodandosele al collo e c’è chi ha tirato fuori dalla valigia magliette con la scritta:”da vicino nessuno e’ normale”. Le spillette con il richiamo ai diritti e alla salute mentale spuntano sul petto dei viaggiatori e sugli zainetti che accompagneranno il nostro cammino. L’ albergo e ormai diventato troppo piccolo per contenere l’entusiasmo dei 37 emiliano romagnoli.

Gli scatti delle macchine fotografiche e le riprese video si moltiplicano. E’ come se provassimo il timore che l’energia circolante nell’aria attorno a noi possa disperdersi, dissolversi e che la tecnologia abbia magicamente il potere di trattenerla per renderla disponibile quando ne avremo bisogno. La porta dell’hotel si spalanca, cedendo di fronte all’onda d’urto dei viaggiatori e finalmente quell’ energia del cambiamento si libera e trova il luogo dove esplodere: la strada.
E cosi lungo il marciapiedi dell’Avenida si crea un corteo festoso non autorizzato che con grande allegria si avvia verso la sede dell’università di Bologna dove ci attende il responsabile dell’Ateneo, i nostri amici dell’ADESAM, dell’UNASAM, la segretaria dell’ambasciatore e soprattutto gli altri italiani appena giunti in terra argentina dopo un viaggio un pò tribolato.
Dopo i saluti di rito, in maniera forte e prorompente prendono campo le emozioni, i sentimenti attraverso le testimonianze di Daniela, mamma che ha voluto partecipare a questo viaggio con la sua famiglia coinvolgendo i suoi figli Mirko e David di 16 e 10 anni perché convinta del valore educativo di un esperienza come la nostra. La testimonianza commossa, di Annamaria, la voce di chi sente le voci , che ha afferma con forza la necessità, da parte di ciascuno di noi, di riprendersi la vita. La priorità di combattere i pregiudizi in prima persona di Egidio, familiare convinto sostenitore del fare assieme e dei gruppi di auto e mutuo aiuto.
E’ poi la volta di Tuccio che a un certo punto della sua vita ha dovuto fare i conti con il malessere esistenziale di suo figlio e, proprio a partire da quella esperienza dolorosa, ha messo in guardia tutti dall’idea malsana di riproporre i manicomi come una cura possibile. Belle le parole con le quali ha concluso la sua testimonianza: “oggi mio figlio è guarito, lavora, ha delle relazioni significative, dirige una polisportiva insieme ad altri. Se Basaglia non avesse chiuso i manicomi mio figlio sarebbe stato una vittima di quelle pericolosa istituzione che serve esclusivamente ad annientare l’essere umano”.
Sono tante le voci arrivate in terra argentina per affermare lo stesso concetto.
Il colpo finale, lo ha dato il film sul viaggio Roma Pechino, quello girato dalla nostra amica imolese Margherita. Il film ha commosso tutti per la forza con la quale i protagonisti del documentario hanno raccontato con chiarezza la pratica del fare assieme nel suo farsi.
Dopo un buffet semplice e genuino, informale, con vino tinto molto buono e il rettore impegnato a rammentarci che quella era casa nostra, abbiamo salutato, preso al volo un taxi per correre verso la municipalità di Buenos Aires dove i rappresentanti della città insieme all’associazione ADESAM hanno organizzato un incontro per salutare i viaggiatori e mettere l’accento sulla necessità di un superamento degli ospedali psichiatrici e di un cambiamento nel campo delle politiche relative alla salute mentale.

All’appuntamento sono presenti un centinaio di persone tra italiani e argentini.

Dopo circa un’ora l’incontro si conclude. La stanchezza si fa sentire, aiutata dal caldo umido della giornata. Nella nostra memoria rimangono fissate le belle immagini della mattinata e le parole importanti che sono state spese soprattutto da familiari e persone che hanno dovuto ricorrere ai servizi di salute mentale per affrontare un momento critico della loro esistenza.

Più sfocata, diciamo pure deludente, quella del pomeriggio in cui i discorsi dei rappresentanti istituzionali sulla 180, sull’importanza di affermare i diritti di cittadinanza, sulla necessità di chiudere con l’esperienza dei manicomi, divengono più freddi, prevedibili e noiosi senza quel calore che solo chi ha attraversato l’esperienza del disagio può trasmettere.

Mentre lasciamo il Municipio della città gli impiegati del comune ci invitano a uscire da una porta laterale.

Dopo un po’ scopriamo il motivo. Davanti all’entrata principale del municipio, cittadini argentini stanno manifestando con slogan, tamburi e striscioni. Chiedono lavoro, casa, terra e una maggiore attenzione ai bisogni dei più poveri.

Forse questa è la conclusione migliore per una giornata come quella che abbiamo vissuto oggi e che ci ricorda con forza che al di là dei discorsi, la strada per la salute mentale è nella partecipazione, nel protagonismo del pueblo, come chiamano a Buenos Aires i cittadini, è nella pratica dei diritti.
Ennio

MEMORIA JUSTICIA VERDAD - domenica 23 novembre

La sera dopo la cena ci si ferma per mettere a punto il programma del giorno dopo: si stabilisce che non possiamo perderci una visita alla fiera di San Telmo, una occasione ghiotta per chiunque ama la musica di strada, passi di danza di tango i prodotti dell’artigianato locale e gli oggetti di antiquariato. Nel pomeriggio ci dirigiamo verso Avenida San Juan dove ci hanno detto che durante la demolizione di un edificio del club atletico, divenuto un centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio durante il regime militare argentino negli anni 70, e la costruzione di un cavalcavia sono state ritrovate le fosse comuni in cui erano state occultati i corpi di numerosi argentini considerati dei pericolosi sovversivi semplicemente perché credevano che la vita dovesse essere vissuta nel rispetto dei diritti di tutti:
Ora questo luogo è diventato un importante luogo della memoria.
Leggere le scritte sulle porte di ingresso che con prepotenza si offrivano al ricordo sfidando l’oblio, guardare le foto dei giovani argentini che avevano concluso la loro esistenza tra atroci sofferenze, pensare alla nostra vicinanza a quella cultura e quegli sguardi che chiedono giustizia ancora oggi, ci ha fatto venire la pelle d’oca. Perché tanta atrocità? Perche l’uomo deve essere così malvagio? I nostri passi verso Puerto Madero alla ricerca del parco naturale sulle sponde del Rio della Plata, luogo abitualmente frequentato dalle famiglie di Buenos Aires alla ricerca di un luogo presso il quale trovare ristoro e sfuggire al caldo dell’estete a Buenos Aires, sono stati punteggiati dal ricordo di quegli anni, anni importanti per noi italiani, gli anni settanta, anni di lotta, in cui un’intera generazione ha cercato di cambiare il mondo e durante i quali ha visto la luce la legge Basaglia, la legge 180 che ha sancito la chiusura degli ospedali psichiatrici nel nostro paese.
Ennio

Arrivo a Buenos Aires - sabato 22 novembre

Il volo AZ680 partito alle ore 23.00 da Roma è arrivato a Buenos Aires alle ore 09.33 locale.
Finalmente siamo arrivati in questa grande città dopo un viaggio lungo e faticoso.
14 ore su un aereo che ha fatto rotta verso il Sudamerica sorvolando la Sardegna il grande deserto del Sahara, le maestose acque dell’atlantico, lambendo le coste del Brasile per atterrare,dopo aver imboccato il grande delta del Rio della Plata, sulla pista dell’aeroporto di Buenos Aires.
Scesi dall’aereo ci attendeva un brusco cambio di temperatura: 25°
Alcuni di noi, mentre si attendeva il visto d’entrata nel paese, cominciavano a sfilarsi giacche, pullover ed a rivestirsi con magliette di cotone che prima della partenza aveva avuto l’accortezza di infilare nei loro zainetti.
Guadagniamo l’uscita dell’aeroporto e ci dirigiamo verso i pullman che ci attendono per portarci in albergo. La stanchezza per un viaggio durante il quale solo in pochissimi erano riusciti a riposare si leggeva sul volto di tutti ma la curiosità per ciò che si presentava davanti ad i nostri occhi ci manteneva vigili, all’erta con lo sguardo schiacciato contro il finestrino ed il dito puntato verso ciò che scorreva davanti a noi. E’ circa mezzogiorno e finalmente prendiamo possesso delle nostre camere. Una doccia veloce, un tentativo di stendersi sul letto o rilassarsi su una poltrona e poi via ad assaporare il gusto di questa grande città. Bambini sempre bambini mai sazi ed eccitati da tutto ciò che ci si presenta davanti, un oggetto di artigianato,una scritta sul muro,un cartellone pubblicitario, un monumento, alla ricerca costante di qualcuno accanto a se con il quale condividere la scoperta. Non ha senso scoprire questa città da soli e così i primi giorni cerchiamo l’abbraccio del gruppo ed ogni spostamento è concordato insieme agli altri e non semplicemente per motivi di sicurezza. Vaghiamo per la città ed ogni attraversamento pedonale diviene occasione per esplorare un mondo nuovo. E’ come se alla fine dei tappeti zebrati che ospitano queste ampissime strade ci aspettasse un nuovo spettacolo imprevisto. Rimaniamo affascinati dalla disponibilità delle persone che incrociamo e che fermiamo per cercare una risposta ai nostri frequenti quesiti. Il tempo qui sembra rincorrere la lentezza e restituisce all’incontro un significato inusuale che pure un tempo è appartenuto anche a noi. Spesso la domanda trascina dentro di se la vita di qualcuno di noi, e così ci ritroviamo a parlare della nostra provenienza geografica e dopo un po’ senza accorgercene, piano piano ti ritrovi ad ascoltare storie di amici e parenti italiani con i quali i nostri occasionali interlocutori hanno condiviso momenti della loro esistenza.
Cerchiamo un posto dove pranzare e ci facciamo sedurre da un ristorante che sembra ci offra un pasto dignitoso a prezzi bassi. Le grigliate di carne, pollo e salsicce la fanno da padrona ma non manca chi sente la nostalgia di casa ed opta per gli spaghetti all’italiana il tutto innaffiato da abbondante birra argentina. Tutto a posto ? sembra di si . E’ il momento di raccoglierci e rientrare in albergo ma la città, vuole farci pagare pegno, ci mette alla prova e tenta con il suo fascino di sedurci ci distrae con la sua frenetica ed operosa umanità, con i colori potenti e pieni figli di un cielo cristallino: Manca Andrea ci guardiamo intorno stupiti e pieni di preoccupazione, ci ricontiamo ma Andrea non compare. Bambini!! come se bastasse rifar la conta per rivedere il contorno del nostro amico disegnarsi d’avanti ad i nostri occhi proprio come quando si gioca a nascondino. Ci guardiamo intorno, Andrea non c’è proprio la grande megalopoli sud americana sembra averlo inghiottito nelle sue fauci ed improvvisamente la città si trasforma e sembra mostrarci il suo volto cattivo. Il gruppo organizza le ricerche, si chiede aiuto alla polizia che pattuglia le strade, gli lasciamo una foto per facilitare le ricerche, chiamiamo il consolato italiano a Buenos Aires, i nostri amici dell’ADESAM e l’agenzia di viaggi che ha organizzato il soggiorno in terra argentina. Le ore passano di Andrea non se ne sa nulla. Non ce la sentiamo di star fermi e aspettare che si compia un miracolo. Ci organizziamo per una nuova ricerca dividendoci i settori.
I cercatori, circa 30 ritornano a setacciare il territorio nella speranza di ritrovarlo. Il tempo passa e le facce che si incrociamo sono sempre più tirate e preoccupate.
Sono le sei del pomeriggio quando finalmente una telefonata annuncia il ritrovamento: Tiziana, Annamaria, Daniela e Lucia ci danno la buona notizia, Andrea è di nuovo dei nostri.
Ennio