giovedì 15 gennaio 2009

A proposito di Norma, Lorena, Andrea… - venerdì 28 novembre

Giù nell’albergo si palesa quel ‘caso’ che ci fa fare incontri inattesi, scoperte che ci cambiano lentamente o ci trasformano repentinamente.

C’è un gruppo di amici romani che decidono di andare al manicomio femminile di Esteven, non è nel mio programma , ma la cosa mi piace, mi metterà in relazione con una realtà ruvida, carica di ferite “ma perché ritrarsi dinanzi a questa occasione?… che ci faccio qui altrimenti ?”

E’ quasi mezzogiorno quando arriviamo ai cancelli di Esteven (curioso in questa parola ritrovo la famigliarità di un suono, gli Este della mia città!): recinto ben custodito,abitato da circa 1300 donne, le guardie stanno lì a decretare chi può entrare e chi può uscire, stanno a salvaguardia degli onesti cittadini, occhio vigile di questa cittadella protetta.

Le macchie di verde si alternano a edifici di varie dimensioni, non percepisco incuria ma una placida normalità. Una giovane donna, psicologa, ci viene incontro, ci dà il benvenuto, passiamo quindi al centro diurno, somiglia a quello che conosco, a quelli di Ferrara, si svolgono attività di pratica manuale ma anche esperienze artistiche e formative. Son circa trecento le persone che lo frequentano, si lavora sull’alfabetizzazione; i frequentatori vengono preparati ai corsi scuola primaria e secondaria, insomma è un ambiente costruttivo. Capisco che lo sforzo degli operatori somiglia al nostro, anzi loro forse hanno l’entusiasmo che accompagnava sicuramente i nostri colleghi in Italia negli anni ’70, vogliono confrontarsi, la loro passione ad interrogarsi è potente, ci chiedono “che impressione ricevete da tutto ciò?”.

Proseguo attraverso il giardino fino ad un locale vuoto dipinto di verde intenso, da lì, attraverso un lungo corridoio, scorgo un’infilata di camerate e a quel punto il respiro cambia, mi accorgo che lo sguardo vuole scrutare ma impercettibilmente, con cadenza sconnessa, si abbassa a guardare il suolo.

Eppure sono lì in quel momento e devo guardare!
Tanti letti che decostruiscono lo spazio, gli uni addossati agli altri, spezzano quei vuoti che rendono il nostro abitare…umano.

1.
Donne sopra i letti, sotto coperte, a mostrare forme accucciate.
Deprivazione dei luoghi che ci costituiscono in quanto persone.
Una ragazza mi conduce al suo ‘posto’, mi mostra il suo letto, il suo comodino, non capisco se sia una denuncia o voglia di rendermi partecipe di quel covo che l’accoglie.
Entro in un refettorio dove un’infermiera sta con un piccolo gruppo di ricoverati, è in quel posto da 27 anni, sorride, sembra che il lavoro non le pesi, sta invecchiando con quelle donne, penso che deve essere stata una vita dura e per questo la serenità di quel volto mi turba.
Torno nel grande salone verde e qui riconosco le figure tonde di Norma e di Lorena. Erano loro che ballavano con me qualche giorno prima alla festa del matadero. Là abbiamo cantato, abbiamo ballato, ci siamo incontrate nel tempo libero della festa…mi incupisco un po’. Sento la profonda differenza con l’attuale fluire del tempo.
Mi mostrano con orgoglio la spilletta di patas arriba, sigillo di riconoscimento.
Mi viene in mente alla festa la bella voce di Lorena, quel suo sorriso devastato, il viso rotondo, gli scuri capelli neri…mi accorgo ora che porta il pannolone.
Ma come…alla festa era continente!
E Norma, tracagnotta e fracassona.
Lorena mi prende per mano e mi conduce, sicura, nella camera dove dorme – si avverte bene che non vede l’ora di mostrarmi qualcosa che le sta veramente a cuore – tra pochi armadi e tanti letti, c’è il suo e lì a cavallo della testata indica la sua camiseta, una camicia da notte grigia, sporca, butterata di buchi: la stoffa che l’accompagna durante la notte, che avvolge i suoi sogni.
Attraversando quegli spazi vedo i bagni, le docce primitive e osservo che i gabinetti sono chiusi, chiedo e vengo informata che durante il giorno vengono tenuti serrati a chiave e capisco il perché delle persone accucciate viste nel parco, dei sessi scoperti lungo i percorsi.
Segni di istituzionalizzazione, regole che accomunano gli universi concentrazionari.

2.
Passando nei corridoi mi compare e subito scompare una giovane donna che per attirare la nostra attenzione, corre da una stanza all’altra emettendo suoni di richiamo in un movimento divertito e sempre frontale, cerca il nostro sguardo.
Non mi sono accorta che la macchina fotografica che porto al collo diviene il centro d’attenzione di una donna robusta che abbraccia un grande bambolotto. Non mi lascia scelta: vuole una fotografia per sé e per il suo compagno. Chissà come si chiama quel finto bambino che non molla. Sembra comunque una madonna gioiosa che vuole un ritratto per lei col suo piccolo.
E la privacy? mi chiedo. Non voglio fotografare lei ma solo la sua bambola. Poi l’operatrice che le sta accanto mi fa capire di lasciar perdere questa storia della privacy, questo rigido protocollo che, usato ormai in modo stolto, corrode i rapporti tra le persone. Mostro il risultato dello scatto alla donna che esplode in una fragorosa e trascinante risata di stupore – eppure avrà visto altre foto! – che vuole richiamare l’attenzione di chi le sta intorno. Bisognerà proprio che, una volta a casa, le mandi una stampa.
Mi chiamano, è ora di andare, saluto Norma e Lorena, ci diamo appuntamento a Plaza de Majo sabato, a far festa, per stare insieme e dire chi siamo, ciò che pensiamo, ciò che vogliamo: sarà un’altra festa di patas arriba.
Sto per uscire quando sento una voce, sta chiamando proprio me: Daniela, Daniela…
Mi giro, è una vera epifania! La frequenza del respiro cambia di nuovo.
Quando siamo fuori dal nostro Paese, sentirci riconosciuti all’improvviso ci getta in un profondo stato di sgomento e di felicità, se questo poi accade in un manicomio, l’effetto si amplifica.
E’ Andrea, anche lei l’ho conosciuta alla festa, qualche giorno prima, viene verso di me e dice a chi le sta vicino e dice indicandomi: “lei è disponibile a metter la firma per farmi uscire di qui”.
Ora, allorché una persona cercasse negli altri una definizione di se stesso, cosa potrebbe desiderare di meglio? Nella semplicità di quella frase venivo descritta per la forza di una volontà, di un gesto. Mi commuove l’essere riconosciuta, l’esser vissuta come una che si batterà per la sua uscita.

3.
Qui , in questo momento , non c’è retorica, non c’è ideologia, c’è un groppo alla gola difficile da controllare.
Andrea mi ha segnato, quando l’ho incontrata alla festa mi ha insegnato a ballare. Mi ha chiesto se son sposata, se ho figli…era l’incontro tra due donne che volevano sapere l’una dell’altra.
Io le ho chiesto se conosceva le ragioni per cui si trovava in manicomio.
Con tranquillità mi ha spiegato che litigava con suo padre, che l’aveva presa una depressione post-partum, che aveva tre figli…ho commentato che era stata più generosa di me che ne ho uno solo…abbiamo riso.
Belli i suoi 43 anni , portati bene, con i capelli ben legati, ironica, si augurava di entrare presto nel progetto PREA con la possibilità di uscire dal manicomio.
Anche lei mi saluta e dice “Ci vediamo a Plaza de Majo”
“Sì, ti cerco!” le rispondo.
Mi avvio finalmente all’uscita ma prima di salire sul taxi mi giro. Vedo una ragazza seduta su una panchina con un’altra persona, piange e saluta. Non capisco: si rivolge verso di noi che usciamo? Ce l’ha con la persona a fianco?
Che fatica comprendere!
Sabato, alla Plaza de Majo piove, non ci sarà la festa. Peccato!
Se esistere significa uscire da se stessi, io lì a Esteven ho sentito che esistevo insieme ad altre donne che non erano libere e che la mia libertà può passare solo attraverso la loro. Anche se sabato è piovuto io comunque “metterò la mia firma per Andrea, Lorena, Norma…” e ci sarà tempo per tornare a far festa alla Plaza de Majo.

Daniela di Ferrara

UNA GIORNATA DA MANICOMIO - giovedì 27 novembre

Sveglia alle ore 6.30, veloce colazione e via di corsa all’appuntamento con la delegazione di atleti dell’ANPIS nazionale, invitata a partecipare a un evento sportivo all’interno dell’Ospedale Psichiatrico Colonia Montes de la Oca. Una partita di calcio con la squadra che si è costituita da pochi anni nella struttura psichiatrica. Ne fanno parte persone ricoverate all’interno dei padiglioni, infermieri e operatori della Colonia. Sono guidati da un insegnante di educazione fisica. Gli allenamenti della squadra si tengono tre volte alla settimana: lunedì, mercoledì e venerdì. L’allenatore della squadra è una delle tante figure non sanitarie che incontreremo nei circuiti della nuova psichiatria argentina.

La Colonia di Montes de la Oca ha compiuto il suo centesimo compleanno proprio qualche giorno fa. Si trova a circa 70 chilometri da Buenos Aires, isolata in mezzo alla campagna a circa un chilometro dal più vicino centro abitato.

Si parte, siamo circa una trentina e ci spostiamo con un piccolo pulmann e tre auto. Portiamo un messaggio speciale: sostenere il lavoro di superamento e chiusura degli Ospedali Psichiatrici, solidarizzare con le persone, donne e uomini ancora ricoverate e affermare la necessità di creare nuove opportunità.

Insieme a noi si muove anche una troupe di cineasti che dovrà documentare l’incontro di calcio.
Alle 10 siamo ancora in viaggio. L’autista sembra aver perso la strada. A un certo punto i dubbi svaniscono: l’ha proprio persa.

Percorriamo strade improbabili alla ricerca di qualcuno che ci dia indicazioni giuste o quantomeno… probabili.

Mentre sono in macchina, assisto con disinteresse ai tentativi dell’autista di ritrovare la strada, immagino che la distanza della Colonia dai maggiori centri urbani, il cattivo stato delle strade, il costo per raggiungerla, siano stati tutti fattori per ostacolare il desiderio dei familiari di raggiungere i loro congiunti ricoverati. La rarefazione forzata di queste visite deve aver contribuito in maniera determinante ad alimentare il vissuto di isolamento e di abbandono di chi vive in questa Colonia.

Montes de la Oca, come tutti i manicomi del mondo, è collocato lontano dai luoghi di vita in cui le persone ricoverate sono cresciute e in parte vissuto. Ciò costituisce un nuovo elemento di spoliazione dell’umanità di queste persone e contribuisce a renderle tutte uguali nella loro disperazione.

Un cartello sulla sinistra ci indica che siamo arrivati. A destra, da un casello escono alcuni uomini della sicurezza. All’autista viene rilasciato un permesso e finalmente entriamo. Attorno a noi si aprono grandi spazi coperti da una vegetazione che crea una piacevole ombra nella calura di questa calda primavera argentina. Lungo i corridoi che scorrono mentre ci avviciniamo al luogo in cui si terrà l’incontro di calcio si vedono file di persone che camminano verso l’uscita. Abbiamo l’impressione che siano dei ricoverati con degli accompagnatori. Dopo un po’ vediamo dei bambini e degli adulti in bicicletta che si muovono nella direzione opposta.

Arrivati al luogo dell’appuntamento veniamo avvicinati da alcune persone che vivono all’interno dei padiglioni . Si avvicinano chiedendoci in spagnolo qualcosa che facciamo fatica a comprendere. Noi rispondiamo con un “buenos dias”, “como estas”, “cual es tu nombre” : sono le uniche affermazioni che provocano una risposta e che aprono a un sorriso.

Quando la comunicazione si fa più complessa si passa al linguaggio gestuale, accompagnato da frasi o parole in uno spagnolo molto improbabile. C’è chi chiede una foto, un cigarillo, chi protende la mano per stringere forte la nostra in segno di saluto e chi, commuovendoci, prende la nostra mano e se la passa sul volto alla ricerca di una carezza.

I volti e i corpi deformati dall’istituzione, gli sguardi altrove nell’attesa di essere scoperti, le voci gutturali che richiamano, in quello sforzo di comunicare, alla voglia di vivere e di scoprire il mondo nonostante tutto, mi ricordano volti corpi sguardi voci che ho già incontrato a Imola, all’Osservanza. Quelle immagini riemergono con forza dal passato. Il manicomio annichilisce tutti allo stesso modo, a ogni latitudine, ovunque ci si trovi sul nostro pianeta.

Mentre la partita prosegue, finirà 7 a 6 per gli argentini, mi fermo a parlare con un gruppo di spettatori che si trovano a bordo campo ad assistere all’incontro. Tra di essi vi sono donne e uomini ricoverati nella colonia , un infermiere e due assistenti di base. Mi chiedono da dove veniamo. Gli rispondo che siamo italiani. Quando aggiungo che in Italia non ci sono più i manicomi rimangono stupiti e incuriositi.

Facciamo conoscenza e ci scambiamo informazioni. Ogni tanto tra gli spettatori qualcuno si alza e mi stringe la mano in segno di saluto.Vengo a conoscenza che il figlio di Videla(capo dei capi della dittatura militare, responsabile del grande macello degli anni 70), affetto da un grave ritardo mentale, ha vissuto fino alla fine dei suoi giorni nel padiglione che ospitava le persone più difficili e più gravi, “i senza speranza”.

Durante lo svolgimento della partita di calcio incontriamo il Direttore dell’Oca, Jorge Rossetto, uno psicologo, a cui chiediamo di poter visitare la Colonia. Jorge non si fa pregare e ci mette a disposizione un pulmino consigliandoci la visita ad alcuni luoghi significativi che segnalano il processo di mutamento avvenuto in questi ultimi anni.

Visiteremo due padiglioni femminili in via di ristrutturazione, un centro diurno e una casa interna alla Colonia. Nel programma che ci propone il direttore è prevista anche la visita a un centro diurno e una casa affittata, “La casa del sol”, collocate nel paese vicino, fuori dalla struttura psichiatrica. Purtroppo non riusciremo a far visita a questi due ultimi luoghi per motivi di tempo.

Saliamo sul pulmino e ci avviamo col responsabile della riabilitazione a visitare i luoghi che il direttore ci ha suggerito. Arriviamo davanti a un padiglione, le porte non sono chiuse e le persone circolano dentro e fuori la struttura liberamente. Attualmente ospita donne diagnosticate come psicotiche che prima di venire a vivere qui erano particolarmente aggressive verso se stesse e verso gli altri. Ci racconta la nostra guida che dopo qualche mese di vita nella nuova struttura quei comportamenti erano praticamente scomparsi. Curiosi, chiediamo di sapere il perché.

Ci risponde che la migliore organizzazione degli spazi e la maggiore attenzione alle persone frutto di una maggiore disponibilità di risorse umane avevano fatto il miracolo… L’ambiente strutturalmente è quello dei grandi edifici manicomiali. Al proprio interno vi è un laboratorio espressivo e una palestra in cui fare ginnastica o psicomotricità. Notiamo lo sforzo di rendere gradevole e accogliente l’ambiente di vita nonostante la povertà di risorse. Vi sono tende e copriletto colorati. I bagni sono decorosi .Non le turche , alle quali, ricordo, erano abituati i ricoverati di Imola dell’Osservanza, ma water con ciambella e porte che proteggono la privacy delle persone. Le docce sono a vista. Esiste uno spazio per la lavanderia adatto a mantenere una migliore conservazione degli abiti evitando, tra le altre cose, il rischio che i propri indumenti vengano smarriti o indossati da altri come accadeva all’interno dei reparti dell’Osservanza i primi anni che sono arrivato a Imola. A prima vista sembra una cosa di poco conto, ma a pensarci bene è una cosa estremamente importante perché permette alle persone di ricominciare a investire sugli oggetti, a dare continuità alla propria storia, interrompendo il processo di impoverimento esistenziale iniziato con il loro internamento.

Scambiamo qualche parola con la responsabile del padiglione e ci colpisce la grande umanità che ci trasmette attraverso i suoi gesti e le sue parole. Parliamo con alcune donne ricoverate in attesa del pranzo e quando una di loro ci riconosce come italiani ci informa che una delle signore che abitano in quel padiglione sta studiando la nostra lingua. Questo ci pare essere un segnale di qualcosa che sta cambiando: si sostengono e si investono risorse attorno ai progetti che le persone decidono di intraprendere. Si lavora per restituire un futuro.

Lasciamo il padiglione salutandoci affettuosamente e ci dirigiamo verso un altro che ospita donne con un ritardo mentale. Anche qui gli spazi di vita e l’organizzazione del lavoro hanno subito sensibili cambiamenti rispetto a prima . Qui sono cambiate molte cose e un segnale lo si coglie dal fatto che prima delle trasformazioni attuate il consumo dei pannoloni era esagerato. Alle persone veniva messo e tolto il pannolone rispondendo a un bisogno dell’istituzione di ottimizzare le prestazioni. Non ci si preoccupava del fastidio che avrebbe procurato alle persone ricoverate tenersi addosso, per ore e ore, il prodotto delle loro evacuazioni intestinali o altro. E’ stato sufficiente trasformare gli spazi di vita personalizzandoli, promuovere progetti mirati, aumentare il numero degli operatori, il tempo di ascolto riservato alle persone ricoverate,in modo che acquisissero, poco a poco, una maggiore consapevolezza del proprio corpo e delle sensazioni ritrovate. E’questo nuovo atteggiamento, questa attenzione alla persona che ha permesso la drastica riduzione dell’utilizzo dei pannoloni.

In questo clima rinnovato, ci informa il nostro accompagnatore, uno sguardo particolare è riservato all’uso dei farmaci.

La tendenza è quella di abbassare il dosaggio. I farmaci, ci dice, debbono servire a far star bene le persone e non possono essere usati per sedarle e renderle innocue. Questo obbiettivo può essere raggiunto tenendo impegnate il più possibile le persone durante tutto l’arco del giornata in attività, facendole partecipare anche alla gestione della quotidianità nel reparto, ai momenti organizzati presso il laboratorio espressivo allestito al pian terreno del Padiglione, ma soprattutto rendendole partecipi delle scelte.

Salutiamo tutte le persone incontrate e ci avviamo verso il Centro diurno. Inaugurato tre anni fa, si presenta ai nostri occhi come una piazza riparata dal sole cocente da una copertura sostenuta da una struttura metallica. A destra e a sinistra dell’entrata notiamo una fila di casette basse.

Una bellissima poesia di un poeta uruguaiano, dà il benvenuto a chiunque entri negli spazi riservati alle attività che si svolgono nel centro.

Claris ed Ector, ci raccontano con entusiasmo del loro lavoro basato sul coinvolgimento delle persone nella gestione del Centro, sul recupero della storia personale, delle origini, sulla costruzione di un sentimento di appartenenza lontano dalle logiche alienanti e annichilenti del manicomio. Ci raccontano della preparazione di un libro con le storie narrate e disegnate dalle persone che frequentano il Centro. Una volta concluso, il libro verrà diffuso gratuitamente nelle scuole. Ci parlano del lavoro fatto fino a ora per creare un legame con la comunità più vicina alla Colonia e di quello che stanno preparando in occasione del Natale. Mettono l’accento sul lavoro che si fa attorno all’ immagine corporea al fine di recuperare le capacità sensoriali sopite dopo tanti anni di vita nel silenzio assoluto dell’istituzione manicomiale.

Ci dicono che molte persone potrebbero ritornare a casa. Ci parlano dell’indispensabile lavoro con le famiglie e delle risorse che riescono a mettere in campo sorprendendosi a loro volta nel superare le aspettative, della necessità di dare gli strumenti ai familiari per prendersi cura del loro congiunto, della sorpresa che manifestano quando si accorgono che non bisogna essere necessariamente un infermiere o uno psichiatra per rispondere ai bisogni di chi dopo tanti anni ritrova i propri parenti e torna a vivere con loro.

Nessuno glielo aveva detto prima, avevano sempre creduto che dovesse essere l’istituzione psichiatrica a pensare come curare i loro figli in difficoltà. Sono convinti che non bisogna colpevolizzare le famiglie, ma responsabilizzarle e permettere loro di essere parte attiva all’interno del processo di cura.

Ci raccontano la storia di una donna che aveva trascorso in silenzio gran parte della sua vita all’interno del manicomio e aveva ricominciato a parlare dopo essere ritornata nel suo paese di origine, presso la casa nella quale aveva vissuto fino poco prima di essere ricoverata.

Dopo la visita alla piccola fattoria che fa parte del centro, aver salutato calorosamente le straordinarie persone che abbiamo conosciuto, ci muoviamo per visitare un'altra struttura realizzata da pochi anni all’interno dell’area della Colonia, una casa che ospita temporaneamente un gruppo di persone che prima o poi andranno ad abitare nel paese vicino, in un appartamento in affitto, con il sostegno di alcuni “operatori convivenziali”.
Prima di ripartire passiamo dall’ufficio del direttore della Colonia per restituire le nostre impressioni ed avere un momento di confronto.

Ci informa che dal 2004 a oggi circa 400 persone hanno lasciato l’istituzione manicomiale grazie ai numerosi progetti di esternalizzazione realizzati. Scopriamo con piacere che Jorge Rossetto è a conoscenza del progetto Valerio, del processo, cioè, che ha portato al superamento degli ospedali psichiatrici di Imola, che questa esperienza e’ stata oggetto di attenzione e riflessione per impostare il suo lavoro di trasformazione dell’ospedale psichiatrico in cui opera.

All’improvviso le distanze si riducono, quegli 11000 chilometri che ci separano da Imola sembrano per un attimo svanire, sembra di essere a casa. Al momento di ripartire per Buenos Aires, lasciamo la Colonia di Montes de la Oca accompagnati dalla bella sensazione che le cose stanno cambiando, e che la strada intrapresa per mutare direzione è quella giusta.

Ennio

VISITA ALLE MADRI DI PLAZA DE MAYO - giovedì 27 novembre

Con un gruppo dei viaggiatori emiliano romagnoli vado a fare visita alla sede della Fondazione delle Madres della Plaza de Mayo. Arrivati chiediamo se possiamo incontrare qualcuna delle madres.

Da una porticina appare una signora. La prima cosa che ci chiede è: «ma quanti siete?»
Siamo una ventina e siamo italiani.

Nella stanza ci sono solo quattro sedie, ma la voglia di ascoltare i racconti di questa mamma di un figlio desaparecido è grande per cui alcuni rimangono in piedi mentre altri si adattano e si siedono per terra. Dalla stessa porta dalla quale era entrata la signora che ci aveva accolti compare una donna anziana che dopo essersi seduta, rivolgendosi a noi, inizia a parlare.
«…Noi abbiamo molti amici italiani che ci hanno sostenuto in tutte le maniere ed ancora oggi ci sono di conforto.

Noi madres non sapevamo niente di politica, ce ne stavamo a casa, preparavamo da mangiare per la famiglia, andavamo in chiesa. I nostri mariti andavano a lavorare, tra i nostri figli c’era chi studiava e chi lavorava. In molte vivevamo in povertà; accadeva che i nostri figli dessero una mano a chi non aveva un’abitazione o aiutassero altre famiglie a costruirsene una.
Ma la famiglia non ha solo bisogno della casa.

Ha bisogno del lavoro. E l’Argentina è un paese ricco, e come sempre le ricchezze sono nelle mani di pochi, dei potenti. I nostri giovani protestavano con manifestazioni civili contro le ingiustizie che vivevano, e questo non piaceva al governo dittatoriale che un giorno dichiarò che non avrebbe più permesso il disordine in Argentina.

Così venne applicato il regime del terrore.

Chi manifestava veniva arrestato e pestato con pugni e calci.
Molti morivano durante il martirio e i loro corpi venivano fatti sparire.
Le donne gravide avevano il privilegio di avere prolungata la vita sino al parto.
I neonati venivano adottati dai poliziotti che non avevano figli perché così con la loro rigida educazione militare sarebbero cresciuti con”la testa a posto”.

Quando la polizia nottetempo andava a prelevare dei “sovversivi” si presentava in massa, provocava fragori di ogni specie circondando interi isolati allo scopo di seminare terrore. Tanti giovani non tornarono nelle loro case…spariti nel nulla. Quando andavamo dalla polizia a denunciare la scomparsa dei nostri figli venivamo prese per matte, non ci rispondevano.
La chiesa è stata amica del governo. Non si è mai pronunciata in nostro favore. Quando andavamo a chiedere aiuto a un prete che aveva battezzato e cresimato i nostri figli le risposte erano: tuo figlio era un buono a nulla. Cosa c’entra la polizia. Chissà dove è andato a fare danni.
Vigliacchi!!!

Il cardinale benediceva i ragazzi mentre venivano fatti salire sull’aereo dal quale sarebbero stati lanciati nel Rio della Plata con la pancia squarciata perché i corpi non rimanessero a galla.
Nel 1978, l’anno dei mondiali, alcune di noi sono andate a Roma perché il Papa, la domenica di Pasqua, si pronunciasse sui desaparecidos, così come è avvenuto quest’anno alle olimpiadi in Cina, allorquando l’attuale Papa si è pronunciato contro la pene di morte applicata dal governo cinese.

Ma anche in quella circostanza siamo rimaste inascoltate.
Recentemente, il governo argentino, ci ha “offerto” la pace sociale: ci ha proposto di barattare i nostri figli con i soldi.

Ma si sono presi i nostri figli vivi e li rivogliamo vivi, l’alternativa è il processo.
Non vogliamo vendetta, vogliamo giustizia.
Conosciamo tutti gli assassini dei nostri dei nostri figli. Sono un centinaio.

C’è stato un momento in cui, un gruppo di mamme, la mattina, si faceva trovare davanti alle loro abitazioni. Appena uscivano, mute con le braccia conserte, gli si paravano attorno e la stessa cosa facevano in chiesa davanti all’altare mentre il boia si accingeva a ricevere l’ostia consacrata.
Tutti i giovedì in processione con i nostri fazzoletti in testa sfiliamo attorno al monumento nella Plaza de Mayo. Sono più di 30 anni che lo facciamo. Prima era una protesta contro il governo ora è un gesto in memoria dei nostri figli. Loro hanno tracciato un solco e ci hanno insegnato che se vogliamo il bene del nostro popolo dobbiamo fare politica…». Oggi è giovedì, e non vedo l’ora che si facciano le 15,30 per scendere in piazza assieme a loro. Mi emozionerò sicuramente. Saremo in tanti di noi.

Poi concludendo l’incontro con noi la signora ci ha detto: «Ho 94 anni e sino a che i miei occhi non si chiuderanno, per sempre, io tutti i giorni, racconterò qui, nelle scuole, per le strade, nei posti di lavoro dei nostri figli desaparesidos».

Tuccio

Visita al parco della memoria - mercoledì 26 novembre

Si potrebbero usare tanti aggettivi per descrivere ciò che abbiamo visto oggi: raccapricciante, orribile, tremendo…ma nessuno di questi termini rende l’idea dell’atmosfera che si respira entrando in un parco realizzato per ricordare. Di esso neanche tutte le persone del luogo conoscono l’esistenza e perfino i tassisti faticano a trovarlo e a portarci lì.


Così arriviamo nella CIUDAD UNIVERSITARIA, in un punto qualunque e ci incamminiamo chiedendo indicazioni per raggiungere questo luogo silenzioso, da cui però sembra emergere un brusio che cresce fino a diventare un unico grande grido collettivo di chi è stato imprigionato e solo qui ha trovato chi gli ha ridato voce e dignità.


La storia di queste persone che purtroppo possono essere considerate a pieno titolo vittime del terrorismo di stato ha avuto inizio nel 1976, quando il regime militare, con un colpo di stato, si è impossessato del potere e per mantenerlo ha messo a tacere coloro che avevano un diverso modo di pensare. Fino al 1983 si è proceduto a un vero e proprio annientamento di persone provenienti dal tessuto culturale e intellettuale: la loro colpa era solo quella di essere uomini o donne con funzione educativa o formativa. Insieme a loro sono stati sequestrati, torturati e poi uccisi uomini e donne che non erano in linea con le idee del regime. Prima della caduta del governo militare vennero promulgate due leggi per la salvaguardia degli assassini. La PUNTO FINAL, che chiedeva di dimenticare ciò che era successo per poter ricominciare da quel punto, e l’altra per discolpare i militari dai crimini eseguiti sotto ordine dei superiori, così alla tragedia subita dalle famiglie dei desaparecidos, si univa anche la beffa di dover continuare a vivere al fianco dei loro aguzzini rimasti impuniti grazie anche al successivo indulto.


Tutto questo non è più accettabile e possibile, dopo l’inizio dei processi nei confronti di chi ha annientato un’intera generazione (più di trentamila i desaparecidos di quegli anni) si è pensato che fosse ora di dare voce e memoria collettiva a queste persone.


Nacque così il PARCO DELLA MEMORIA,voluto dalla città di Buenos Aires non come cimitero per i suoi defunti, ma come luogo di culto in cui l’arte sia portavoce universale e globale.
All’interno del parco troviamo tre sculture scelte con un concorso a cui hanno partecipato artisti di diverse nazionalità, a cui presto ne sono state aggiunte altre due e un enorme muro, a forma di FERITA nella città in cui sono presenti 30000 mattonelle su cui dovranno trovare posto i nomi dei desaparecidos che ancora non sono stati ritrovati e aggiungersi ai 9000 già presenti.


Le storie che ci vengono raccontate durante il nostro pellegrinare all’interno del parco sono agghiaccianti: madri rapite incinte, fatte partorire per poter dare i figli alle famiglie borghesi che non ne avevano, per educarli secondo il regime militare, ragazzi che solo oggi scoprono di non essere figli di coloro che credevano fossero i loro genitori, ma di aver convissuto per più di trent’anni con i mandanti degli assassini delle loro vere madri.


…alcuni di noi restano increduli davanti a queste sequenze di orrori, al fatto che nel resto del mondo non se ne parlasse.


Il luogo scelto per la nascita di questo parco è estremamente importante per il ricordo di quei terribili anni…il RIO DELLA PLATA, proprio qui sono stati fatti precipitare dagli aerei molti desaparecidos, e proprio qui si sono perse migliaia di vite. A esse si è voluto dare un ricordo, una memoria che possa essere di tutti, a partire dai giovani studenti delle scuole che vengono in visita in gita tutti i giorni.


Usciamo da questo luogo affranti e pensierosi, ma sicuramente più ricchi. Domani si andrà a vedere e a condividere la marcia delle madri di PLAZA DE MAJO che continua oggi, come in quegli anni, tutti i giovedì pomeriggio alle 15.00


Virna e Daniela

La Plata - martedì 25 novembre


180 en todo el mundo


il corteo lungo le strade del centro della città


Si parte per raggiungere La Plata, capitale della provincia di Buenos Aires, luogo della prossima iniziativa di PATAS ARRIBA.


Da tempo i gruppi locali che lavorano attorno ai progetti di esternalizzazione (cosi vengono definiti i percorsi di fuoriuscita dai manicomi che coinvolgono le persone ricoverate in O.P) si sono attivati affinchè questa iniziativa potesse avere successo. Donne, uomini, ragazzi e ragazze che vivono negli istituti della zona saranno i protagonisti assoluti della giornata ed insieme ad operatori della salute mentale ed a cittadini volontari sensibili ai tema dei diritti, testimonieranno con forza la loro voglia di vivere la vita con dignità fuori dalle mura dell’ ospedale psichiatrico. Tutti si sono preparati da tempo per questo evento. Attraverso la costruzione di un percorso che ha messo al centro la creatività delle persone sono stati realizzati oggetti, striscioni, costumi, scritte. All’iniziativa sarà presente anche un gruppo di murga , costituito da percussionisti e danzatori che in Argentina accompagnano spesso quei momenti in cui è forte la voglia di far sentire la propria voce. Del gruppo, qui a La Plata, fanno parte a tutti gli effetti le persone ricoverate negli Ospedali psichiatrici che frequentano il centro diurno F. Basaglia.


In questi ultimi mesi, la preparazione di questa importante e sentita iniziativa è divenuto il pretesto per poter parlare, insieme alle persone che hanno vissuto l’esperienza tragica del manicomio, di diritti, di cittadinanza, di emancipazione sociale, di riappropriazione della vita.


Arrivati a La Plata scendiamo dagli autobus e poiché siamo in anticipo rispetto all’orario stabilito ci fermiamo a fare uno spuntino. Noi Emiliano romagnoli siamo in tanti e rumorosi. Alcuni componenti di altri gruppi regionali si uniscono a noi. La voglia di “star bene insieme” non manca e chiunque passa da lì non può che rimanere contagiato dall’atmosfera che si respira. C’è chi tra i commensali tira fuori dei tamburelli ai quali si accompagna una sorridente fisarmonica ed immediatamente si alzano voci che intonano tarantelle e canti popolari.


E’ tempo di muoversi. Paghiamo le consumazioni e ci dirigiamo verso Piazza San Martin.


Sembriamo tanti fili dai colori e dalle fatture diverse che si muovono nello spazio cercando di unirsi in una trama comune con altri fili, gli amici argentini. Seguiamo le tracce che, sulle nostre teste, disegnano lunghi e sottili nastri colorati. Più in là compaiono alla nostra vista fogli, stesi lungo delle corde sottili, all’ombra di un sole cocente, come indumenti ad asciugare, sui quali sono impressi forme dai colori vivaci e frasi che parlano di sogni, di desideri, di libertà. E così senza accorgercene prende corpo la trama inestricabile di un tessuto umano che un magico telaio, costruito da utopie condivise, in questo remoto posto della terra riesce a tessere. Uomini e donne che una legge, la 180, ha permesso di vivere il disagio mentale come una possibilità e non come una colpa, si incontrano per stringere la mano ad altri uomini ed ad altre donne che dopo decenni di esilio dietro le mura di una istituzione totale stanno scommettendo di nuovo sulla vita, stanno cercando una strada per la propria emancipazione sfidando una cultura ed un sistema “QUE TE QUITA EL ALMA E TE SUMERGE EN UN MUNDO DE IRREALIDAD”


Più in là il suono prodotto da tamburi, cimbali e piccoli strumenti a percussione attirano la nostra attenzione. Il suono incessante prodotto da quegli strumenti accompagna i movimenti di un gruppo di persone che sembrano rapite da una danza liberatoria. Il ritmo coinvolgente ed incalzante che quegli strumenti producono ci trasforma, ci seduce e risveglia da un sonno antico un movimento che è sempre stato dentro di noi che ci porta ad unirci agli altri. Come tanti pifferai magici i percussionisti ed i danzatori ci trascinano lungo le strade della città formando un colorato serpentone che suscita la curiosità divertita dei passanti. Attraversiamo il centro cittadino. Le auto e gli autobus fermi in attesa mentre transità il nostro corteo si inchinano al nostro passaggio


Ecco ! La città guarda dai finestrini degli autobus, dai marciapiedi, dai tavoli dei bar sparsi lungo le strade l’altra parte di se, quella negata, quella formata degli invisibili che fino a qualche tempo fa erano relegati dietro le mura dei manicomi, quella parte dell’umanità alla quale erano stati negati voce e diritti.


Dolores ed Elisabetta sono due psicologhe che hanno costruito insieme alle donne e agli uomini che frequentano il centro diurno Franco Basaglia questa giornata di festa e di mobilitazione
Son loro che, subito dopo la conclusione della manifestazione, ci invitato a visitare il centro Franco Basaglia dove lavorano.


Ci accoglie sorridente un uomo della sicurezza che protegge il centro da eventuali assalti o furti. Tutto attorno le case presentano inferriate alla finestra conseguenza dovuta alla esistenza di vaste fasce di povertà e quindi alla presenza di fenomeni di micro criminalità. Le inferriate proteggono anche alla porta e le finestre del centro diurno ma questa volta non servono per rinchiudere le persone che lo frequentano o a tutelare i vicini di casa da possibili comportamenti aggressivi di chi ha vissuto in ospedale psichiatrico. Le inferriate , in questo caso, servono a preservare le persone, che frequentano il centro e che sono protagoniste di un progetto di inclusione sociale, dalla possibilità di essere oggetto delle cattive intenzioni di piccoli delinquenti locali.


Dolores ed Elisabeta, due psicologhe che prestano la loro opera all’interno del centro diurno ci introducono negli spazi di questo fortino
Visitiamo la sala da pranzo, il soggiorno, la cucinetta. Nel centro è allestita una mostra fotografica su Franco Basaglia che però non riusciamo a visitare poiché nessuno dei presenti è in possesso delle chiavi. Visitiamo i luoghi all’aperto. Ci mostrano l’orto in cui si coltivano zucche, pomodori ed altri ortaggi. Possiedono anche un allevamento di vermi. Dolores con un bastone solleva del terriccio e ad noi occhi compaiono dei vermi lunghi e grassottelli che si contorcono infastiditi. Elisabeta ci indica il luogo, sotto una tettoia, dove si tengono le riunioni d’equipe e le assemblee con gli utenti del centro diurno . Di fianco, a ridosso di una parete è presente l’immancabile parilla, la griglia sulla quale si può cuocere la saporita e tenere carne argentina.


La palazzina nella quale è ubicato il centro si sviluppa su due piani. Al secondo piano si trovano gli ambulatori dove si tengono i colloqui individuali e si dispensano i farmaci.


La cosa più interessante è costituita dal fatto che gli operatori fanno un costante ed intenso lavoro di contatto con la comunità, con i cittadini. Il centro che è aperto dal lunedì al sabato fino alle 20, 20 e 30, ogni giorno si riempe di artisti, artigiani, danzatori, esperti di multimedia, studenti, tirocinanti che interpretano gli interventi fuori da logiche psichiatriche, utilizzando spazi/laboratorio attrezzati per lavorare la cartapesta, per far musica, danza, dipingere e costruire ceste.


Tutte queste cose le abbiamo ritrovate nella festa collettiva alla quale abbiamo partecipato.
Uno di noi, prima di andar via, di fronte all’entusiasmo con il quale Elisabeta ci raccontava la sua esperienza nel centro le ha chiesto se fosse una dipendente dell’ospedale psichiatrico.
“Sono una psicologa laureata da qualche anno”, ha risposto Elisabeta. E poi continuando : “Faccio la volontaria da circa tre ed in questo momento non penso ad un’assunzione. Spendo il mio tempo qui semplicemente perche m piace”
Per un momento si è creato un breve momento di silenzio e gli occhi di Elisabetta si sono posati sui nostri: sembrava si domandasse “che strana preoccupazione quella di questi italiani”.


Ennio

Il diritto al lavoro una buona medicina contro il disagio mentale

Nella breve assemblea della sera prima, poco dopo una fantastica cena ( insalata mista e spaghetti scotti al sugo) presso l’hotel che ci ospita, si decide di incontrare i lavoratori dell’ hotel BAUEN, un hotel occupato. Nel 2003 in seguito alla deflagrante crisi economica che mise in ginocchio tanti lavoratori e famiglie argentine, i lavoratori di questo albergo decisero di non abbandonare l’azienda fallita, come fece l’imprenditore, ma di occuparla e valorizzarla: questa fu la ragione per cui si costituirono in cooperativa. Attualmente è un hotel in cui i lavoratori sono in lotta, per fermare il tentativo di alcuni imprenditori di riappropriarsene. Loro difendono così il valore sociale e culturale di questa bella esperienza di resistenza. Un bell’esempio di come salute mentale e diritti possono viaggiare insieme. La perdita del lavoro può generare disperazione, ma la forza del gruppo di rivendicare.

Nel pieno centro di Buenos Aires si erge maestoso con i suoi venti piani e le sue 200 stanze l’hotel BAUEN. Entriamo, siamo in tanti e ci ritroviamo in una enorme hall che ci intimorisce. Mi dirigo verso un cameriere che sta imbandendo i tavoli del ristorante e chiedo se c’è qualcuno che è disposto a raccontarci la storia di questo albergo. Mi aspetto una risposta annoiata ed evasiva, ma mi sorprende la sua reazione: sposta immediatamente l’attenzione dalle cose che stava facendo, abbandona le posate sul tavolo e mi invita ad andare con lui fin che raggiungiamo una signora disposta a rispondere alle nostre domande e alla nostra curiosità; le spiego che siamo italiani ed il motivo per cui siamo qua.

Appena sente le ragioni che ci hanno portato fin lì si mette immediatamente a nostra disposizione e ci invita a seguirla fino al terzo piano. Usciamo dall’ascensore e ci dirigiamo verso la porta di un ufficio. Entriamo ed ad accoglierci oltre la luce che filtra vigorosa dalle vetrate e che stride con la penombra del corridoio alle nostre spalle, ci sono le immagini del Che, di Chavez, di Morales, delle madri de la Plaza de Mayo insieme ai manifesti delle iniziative organizzate dai lavorati del Bauen per difendere il loro posto di lavoro dalle mire di speculatori locali o internazionali. Questo è il luogo dove i lavoratori del BAUEN occupato incontrano chi è interessato alla loro esperienza di lotta. Dopo circa un’ora di conversazione estremamente interessante e stimolante ci fanno visitare l’hotel. Ci accompagnano fin sul la sommità dell’edificio sul quale si trova un ampissimo terrazzo. Dopo aver goduto della magnifica vista panoramica della città di Buenos Aires ci lasciamo con la promessa di rivederci mercoledì sera per una cena durante la quale verrà proiettato un video in cui, “los trabajadores en lucha” ci racconteranno la storia di questi ultimi anni.

Ennio

Bandiere…miracolose

Le bandiere che abbiamo fatto volare fin qui da Imola, Ferrara, San Giorgio in queste giornate stanno diventando protagoniste assolute.

Elemento indispensabile alla nostra presenza rumorosa e simpatica che ci accompagna in tutti gli spostamenti.

Alle firme depositate che ci hanno sostenuto in questa idea si vanno aggiungendo quelle dei cittadini argentini che incrociamo lungo i marciapiedi di Buenos Aires. Siamo una presenza che non passa inosservata e attira la curiosità della gente. Con la penna in mano ci rivolgiamo alle persone che incontriamo, poi “firma! firma!, patasarriba! patasarriba! sono le parole più ricorrenti.

La gente si ferma e la cosa che ci stupisce è la voglia di sapere, “che cosa vogliono da noi questi italiani”. E’ questo il motivo che ci ha spinto in 240 a percorrere tante miglia per raggiungere questa terra. La risposta immancabile è: “contro ogni pregiudizio! NO agli ospedali psichiatrici”.

La mano convinta afferra la penna e traccia la propria firma sulla nostra bandiera. C’è chi si sofferma e vuole approfondire la questione. Si crea un naturale capannello di persone. Tutti hanno voglia di raccontare un pezzo di questa straordinaria esperienza.

Egidio il saggio