venerdì 6 marzo 2009

Cena a sostegno di Patasarriba

Sabato 14 marzo alle ore 18,30
presso Centro Orti Anziani
Via Bel Poggio 1/e - Imola (BO)
Cena a cura del gruppo gastronomico
I Polentari di Tossignano

Cena a euro 12,00

Prenotazioni: 338/3874547 (Ennio)

Tutti insieme appassionatamente: manifestazione conclusiva

L’appuntamento è all’incrocio fra Avenida 9 de Julio e av. De Majo, a una ventina di minuti a piedi dal nostro albergo.

Sabato pomeriggio: è la manifestazione finale, quella dove ci saremo tutti, noi italiani e i vari gruppi e associazioni che abbiamo incontrato in questi giorni.

Qualcuno si è dato appuntamento con qualcun altro che ha conosciuto in  questi  nove giorni di Argentina, noi emiliani decidiamo di andarci tutti insieme.

Quasi tutti hanno  bandiere o cartelli.

Io vado con Daniela, Tiziana e Cristina. Annamaria è troppo stanca per fare tutta quella strada a piedi: la cosa le costa per via del ginocchio che le fa male. Dopo un poco però perderò di vista le altre e continuerò a marciare con Cristina.

Passiamo davanti all’incrocio del ristorante Oriente dove mangiamo da un po’ di giorni, con i suoi lavori in corso e i suoi bambini di strada che spesso ci chiedono l’elemosina: una delle note più laceranti dell’intero viaggio.

Il concentramento ci mostra subito cosa ha significato il viaggio per i nostri amici argentini e le realtà che abbiamo contattato in questi giorni: oltre agli altri gruppi italiani, tutti presenti, c’è tanta gente, di tutti i tipi, dagli operatori agli utenti. E’ una specie di sintesi dei partecipanti multinazionali a Patas Arriba.

Gli argentini sono presenti con tutta la forza e il “colore” dello spirito latinoamericano. Maschere, cartelli palloncini, strumenti musicali e canti

Una nota a margine: nei giorni che siamo stati a Buenos Aires abbiamo visto manifestazioni di protesta quasi tutti ti giorni, ora in centro ora in altri quartieri della città: manifestazioni con tanto di mega ingorghi di traffico, colorate e vocianti, sulla casa o sul lavoro, ci è sembrata una situazione politica molto vivace. A chi come noi viene da lontano fa pensare che gli argentini si stanno riprendendo le strade dopo gli anni bui della dittatura, rievocati così bene da “Las madres” nei racconti che ci hanno fatto.

Io e Cristina continuiamo a salutare facce che stanno diventando familiari e nuovi amici, a un certo punto il corteo prende forma e parte e noi ci lasciamo trascinare dallo spezzone dei tamburi: un folto gruppo di ragazze con dei grandi tamburi che suonano, cantano e camminano fra balli e saltelli.

Da quel momento la musica diventa per me l’elemento dominante della situazione: ballo e canto anch’io. La musica e l’elegante energia dei giovani corpi danzanti.

Il tempo, incerto e spesso nuvoloso in questi ultimi giorni in cui acquazzoni tropicali hanno smorzato la calura dei giorni precedenti, si fa minaccioso, ma nessuno ci fa caso. Comincia a piovere. Ancora nessuno pare farci caso finché la pioggia non diventa temporale, un rovescio che in un attimo sbaraglia i cartelli e inzuppa gli striscioni. Le ragazze continuano imperterrite a suonare mentre io penso alla sorte dei tamburi infraciditi.

La furia della tempesta rende impossibile procedere nella strada allagata fino alle caviglie quando la folla comincia a cercare un inutile riparo sotto delle impalcature. Qualcuna continua a suonare ma la cosa diventa ben presto impossibile.

Con Cristina ci guardiamo preoccupate: restiamo in attesa che il temporale si attenui o ci avventuriamo verso casa? Acqua per acqua, non ci pare che ci bagniamo di più se torniamo che se restiamo, e ormai fradice come siamo cominciamo a tremare dal freddo, così decidiamo di tornare.

Il ritorno è un’avventura: nella strada fattasi semideserta in molti fanno la nostra stessa scelta e si avviano di corsa. Le macchine rallentano ma molti automobilisti sono in difficoltà, il che rende gli attraversamenti imprese inquietanti.

Nel frattempo qualche raggio di sole spunta nella bufera d’acqua che non si arresta, e così, con una luce bagnata ma colorata, riattraversiamo Av. 9 de julio, con le sue 14 (quattordici) corsie automobilistiche e tre semafori. L’attraversiamo con tutta la velocità di cui Cristina (un po’ lenta per la verità) è capace, arriviamo accolte quasi in braccio dai nostri amici.

Il tempo della doccia calda serve per raccontare di nuovo e di nuovo i cento particolari della manifestazione: i manifesti, le facce, le speranze in quelle facce e la contentezza che vi si leggeva per sentire solidarietà da così lontano.

Tutte insieme ci auguriamo che il processo di demanicomializzazione proceda, da quelle parti… e che i continui tagli al sociale italiano non producano una formidabile restaurazione qua da noi, come tanti segnali fanno purtroppo presagire. 

Lucia

giovedì 19 febbraio 2009

Venerdì 28 novembre - La Boca (Buenos Aires)

Meglio che alla Bombonera 

Secondo le nostre aspettative il pomeriggio del 27/11/08 avremmo dovuto pestare l’erba di uno degli stadi più famosi al mondo: la mitica Bombonera.

Ogni persona appassionata di calcio sa che potrebbe essere un momento molto suggestivo ed emotivamente importante. Saliamo sui soliti pullam molto eccitati, tanti di noi con le scarpette ”ingrassate “ al punto giusto.

Fuori piove ma a pochi importa se il prezzo da pagare sarà giocare sotto la pioggia. Durante la riunione organizzativa dell’ A.N.P.I.S. (programma “dettagliato” del nostro soggiorno) sono stato incaricato di raccogliere le adesioni di quante persone desideravano giocare; da più parti mi arrivavano richieste che andavano sempre nella stessa direzione:”ma ci sarà spazio per tutti? Anche 5 minuti ma noi ci terremo a giocare tutti”; ed avanti di questo passo.

Quando durante il tragitto ci hanno comunicato che, visto le abbondanti piogge dei giorni scorsi e il concreto rischio di pioggia anche nella giornata odierna le partite si sarebbero dovute svolgere all’interno di una palestra, gestita dal Club Boca Junior, nei pressi del grande stadio, la nostra delusione è stata cocente.

La frase più ricorrente è stata ” c’era da immaginarselo che non ci avrebbero fatto giocare dentro il mitico Bombonera”; io stesso avevo un’idea non molto distante da questa.

La partita di calcetto che la nostra rappresentativa Emilia Romagna ha giocato con una squadra d’Argentini, persone ricoverate presso l’ospedale psichiatrico Colonia Montes de Oca, è stata bellissima e colma di intensità emotiva. Il livello di impegno profuso è stato alto, si è lottato su ogni pallone, i visi tirati dei contendenti esprimevano gioia: il piacere di correre dietro un pallone  che tuttavia sarà cosa poco nobile, ma che fa sentire cosi tanto vivi.

In campo abbiamo scambiato poche parole, un po’ per la lingua, un po’ per non rubare spazio al gioco; ad ogni palla in rete, Argentina o Italiana che fosse, tutta la numerosa panchina della rappresentativa dell’Emilia Romagna si precipitava in campo ad abbracciare lo sbalordito goleador e questo è stato il modo migliore per esportare il modello A.N.P.I.S. che è maturato nella nostra regione , per il quale giocare una partita di calcio è un’opportunità in cui ciascuno può esprimersi con gli altri. L’eccitamento che scaturisce per un’impresa eccezionale come quella di siglare un goal diviene l’occasione per condividere un momento gioia poiché, a mio avviso non condividerlo, ridurrebbe, quell’evento a ben poca cosa .

I nostri avversari Argentini si sono resi immediatamente disponibili a partecipare a questo momento di festa collettiva.

Il problema è stato sgombrare il campo dalla nostra presenza. Ci siamo trattenuti a far firmare le bandiere portate dell’Italia e a provare ad interloquire alla meno peggio.

Ci siamo veramente divertiti , ci ho pensato più di una volta, è stato bello giocare con quelle persone su quel campetto in quella palestra e probabilmente la perfetta erba del mitico Bombonera, a distanza di tre mesi non mi avrebbe lasciato un ricordo altrettanto intenso.

Dopo la partita abbiamo visitato lo stadio e il museo al suo interno dove alcuni di noi hanno acquistato alcuni souvenir. Dopo abbiamo fatto una passeggiata all’interno del quartiere Caminito

fino all’ora di cena consumata in due ristoranti probabilmente aperti appositamente per noi, animati al ritmo di tango, ballato da due bravissimi professionisti (o molto vicino ad esserlo).

Tutto molto bello probabilimente un po’ finto. Con noi c’erano anche alcune persone conosciute alla Plata e “ospiti” (per usare un eufemismo) del manicomio femminile ma  mentre noi ci si apprestava a sederci per cenare loro rientravano perché per loro era già tardi come detto Carmen, la psicologa volontaria del C.D. Basaglia. È stata una grossa ferita, mi sono sentito tanto turista. 

Una particolare nota di stima alla ADESAM, associazione argentina di operatori e volontari che senza un pesos si adoperano con tanta passione. Una passione che dà speranza ed ha tanto da insegnare.   

Andrea da  Ferrara

mercoledì 18 febbraio 2009

Pranzo a favore del progetto PATASARRIBA

(clicca sull'immagine per ingrandire)
Prenota entro il 5 marzo al 051/570176

Radio La Coliafata (2)

Siamo alla Colifata una postazione radio in mezzo al parco del Borda, uno dei grandi manicomi di Buenos Aires  che ospita circa un migliaio di persone.

Quando arriviamo troviamo un gruppo di persone, tutte sedute a formare un ampio cerchio. L’attrezzatura necessaria per la trasmissione, pc, mixer microfoni e altro,  è collocata su una sedia di legno ed un vecchio carrello che da giovane probabilmente era stato utilizzato come   portavivande o dispensario per gli psicofarmaci: un lavoro noioso. Oggi  occupa una posizione invidiabile. Si trova al centro di un via vai di voci e di suoni che grazie alla tecnologia  di quegli strumenti che poggiano il loro peso sulla sua schiena possono raggiungerlo ed essere inviati, lontano, verso destinazioni sconosciute.

Due persone conducono la trasmissione. Una di loro, in diretta radiofonica, spiega chi siamo e ci presenta al gruppo di colifisti i quali ci accolgono con entusiasmo. Tra i presenti qualcuno si azzarda a cantare qualche strofa di una canzone  napoletana; altri ci salutano con un “Forza Italia”, un altro ancora invia un messaggio augurale “con tutti i pazzi  e con patasarriba creeremo un mondo migliore”: preferiamo quest’ultimo slogan.

Riceviamo la notizia che possiamo usare la macchina fotografica  e la video camera.

All’entrata ci avevano sconsigliato di mostrarle e le avevamo nascoste nei nostri zainetti in attesa di essere autorizzati. La strategia della negoziazione ha funzionato ed uno dei medici in servizio che conosce Ugo, uno psichiatra italiano di Torino che ci ha permesso di prendere contatto con i responsabili della radio e che fa parte del nostro gruppo, ci comunica la bella notizia. 

Come degli assetati dopo un lunga marcia sotto un sole cocente estraiamo velocemente le nostre macchine  e cominciamo a dissetarci alle fonte di quelle immagini che si animano davanti a noi e che avidamente, catturiamo con le nostre macchine da ripresa.

Ci saluta con grande affetto il presidente della Colifata, un anziano signore che proprio in questa giornata festeggia il proprio compleanno. Ci uniamo al coro che parte spontaneo e la canzoncina “tanti auguri a te…scavalca le mura del Borda e si incammina per il mondo

Intervengono Nives, Rita, Daniele, ….insieme portano il saluto ed il sostegno di tutti noi emiliano romagnoli  alla lotta antimanicomiale degli argentini.

Ora sono le mani di Hugo Lopez che stringono il microfono. Hugo, collabora da anni con la radio.  Per tantissimo tempo ha vissuto nell’ospedale psichiatrico ma ora finalmente vive in una casa vera a Buenos Aires. Hugo, un poeta all’impronta, è un vero mattatore della trasmissione, circola la voce che ha suonato con Manu Chao.Le sue parole sono una valanga di saggezza. Esordisce così: Patasarriba vuol dire rivoluzione e rivoluzione vuol dire evoluzione… il resto è una delizia per le nostre orecchie.

Radio La Colifata è un’ esperienza straordinaria ed i protagonisti sono loro, molti dei quali ancora ricoverati. I colifisti hanno la capacità di suscitare l’entusiasmo di chi si avvicina alla loro postazione. Tanto ritmo, tanta musica che spontanea nasce la voglia di ballare e senza accorgercene ci troviamo  a muoverci all’interno dell’ampio cerchio in mezzo ai grandi alberi  del parco seguendo le note che si riversano nello spazio che calpestiamo. Anche qui come durante gli altri incontri ai quali abbiamo partecipato in terra argentina la musica è sempre stato il collante naturale che ha  tenuto assieme le persone e le loro storie.

Alle spalle di chi è alla consolle, su una grande lavagna nera, col gesso una mano ha scritto il programma della trasmissione di oggi. Il palinsesto della giornata è fittissimo. La trasmissione è iniziata alle 15 e 30 e si concluderà alle 19 e 30. Gli interventi sono tanti e tutti speciali. Chi prende la parola racconta le esperienze di vita o presenta personali produzioni narrative. Le persone che incontriamo hanno maturato una grossa competenza e si mostrano particolarmente esperti nel dare vita alla trasmissione. Tutti noi ci chiediamo cosa ci facciano li dentro. Ci immaginiamo che una delle ragioni possa risiedere nel fenomeno della  povertà che in Argentina investe molte persone e non tanto in una necessità terapeutica.

I segnali di una generale condizioni di indigenza salta agli occhi di notte, quando battendo le strade del micro centro di Buenos Aires lo vediamo animarsi di bambini che dormono avvolti in cartoni sulla soglia di qualche negozio per garantirsi un minimo riparo o di piccoli gruppi di ragazzini che affondano le loro piccole mani nude nei sacconi della spazzatura lasciati sui marciapiedi alla chiusura dei negozi per potere separare con destrezza  la plastica dal vetro e dalla carta. Il tutto viene fatto con estreme velocità poichè altri sacchi d’ immondizia, attendono di essere esplorati da quelle minuscole mani prima della concorrenza…Altri bambini.

Sempre più il manicomio ci pare essere non tanto un luogo di cura della follia ma un posto dove, paradossalmente, si consuma il privilegio di avere un tetto sotto il quale ripararsi un letto sul quale riposarsi ed una scodella di cibo assicurata.

Ma torniamo alla radio La Colifata esperienza grazie alla quale le persone si spogliano dell’abito di paziente e le parole matto, loco recuperano la loro  dignità tutta il loro potenziale di trasformazione. Il racconto e la saggezza, l’esperienza di chi continua a vivere in questo territorio inventato dalla psichiatria ed ormai alla deriva come un cargo con i motori in avaria si lascia trasportare dalle correnti senza trovare  un approdo ed in questo vagare  la gente che lo abita riscopre la propria umanità ospite di un  corpo che l’istituzione manicomiale ha tentato invano di imbrigliare tenendone prigioniera la mente. E questo messaggio corre e cavalcando le onde trasmesse dalla Colifata raggiunge la comunità che le sta attorno per essere rilanciato sempre più in là da altre radio locali che, come in un gioco di specchi, piegandosi alla sua forza divengono ponte per irradiare questo segnale di libertà.

Da Imola abbiamo portato con noi le testimonianze di alcune persone che hanno vissuto un esperienza difficile e faticosa sul piano umano. Scegliamo uno tra i tanti contributi quello di Franco (che coincidenza anche Basaglia si chiamava così) con il quale augura agli uomini che abitano  nei manicomi argentini  che venga presto il giorno in cui possano decidere di curarsi liberamente e di prendere in mano  il proprio  destino anche nella sofferenza. Con l’aiuto di un’amica argentina proviamo a tradurlo in spagnolo e  aspettiamo che venga trasmesso .

All’improvviso un nubifragio ci sorprende: a volte anche gli dei sono dalla parte sbagliata

Nel giro di pochi minuti i preziosi strumenti che permettono alla Colifata di fare sentire forte la sua voce trovano riparo in una piccola  casettina posta a poca distanza dal grande mosaico che fa da sfondo ai tecnici del suono.

Insieme agli strumenti al pc al mixer ed ai microfoni anche le persone che avevano dato vita al vivace cerchio della Colifata lo abbandonano con passo veloce e  cercano di evitare la pioggia che rapidamente cresce d’intensità. Anche noi ci diamo alla fuga e mentre corriamo pensiamo al messaggio di Franco con la speranza che la radio riusca a mettergli le ali

Siamo alla ricerca dell’uscita. Le indicazioni, ospitate su vecchi e consunti cartelli o dipinte sulle mura fatiscenti dell’ospedale psichiatrico che da anni non ricevono nè attenzione nè cura dagli uomini che lo abitano, non ci sono d’aiuto. Guardandoci attorno cerchiamo qualcuno che possa orientarci per ritrovare la via dell’uscita.  Rivolgiamo la nostra richiesta d’aiuto alla prima persona che incrociamo: lei ci regala un  sorriso e ci risponde in spagnolo: state cercano la strada per fuggire? E subito dopo accompagna quella frase con un gesto della mano teso ad indicarci la direzione da seguire per “fuggire dal Borda”

All’ uscita incontriamo un gruppo di agenti addetti alla sicurezza, rinchiusi nella loro misera guardiola le cui pareti annerite e orfane di una vernice che da tempo ha deciso di abbandonare quel luogo prima degli uomini, scandiscono il tempo come il viso, abitato da rughe impietose, di un vecchio votato ad una inesorabile agonia .I guardiani, prigionieri anch’essi del loro ruolo, ci guardano con indifferenza e trascorrono il tempo a conversare davanti ad un fornelletto elettrico riscaldando l’acqua per il loro mate.

Buenos Aires è sommersa da una pioggia torrenziale. Come tutti gli abitanti di Buenos Aires che hanno un tetto sulla propria testa, siamo al riparo. La provvidenza ci viene in soccorso e dal nulla come il coniglio bianco di alice nel paese delle meraviglie compare un taxista che cerca di raggiungere rapidamente la propria auto. Viene immediatamente  preso d’assalto da tutti noi.

In quattro ci infiliamo nella vettura. Siamo salvi! Mentre ci dirigiamo verso l’ hotel che ci ospita, attraversiamo una Buenos Aires trasformata in una città lagunare: incredibili masse d’acqua spostate dal movimento delle auto, ormai divenute barche a motore, creano un moto ondoso irriverente che invade i negozi e gli atri dei palazzi inutilmente difesi dai sacchetti di sabbia posti a estremo baluardo di quell’oltraggioso gesto della natura. L’autista ci informa che la pioggia  difficilmente abbandona la sua morsa sulla città e che essa ci sarà compagna per qualche giorno ancora. Il nostro pensiero va ai bambini di strada che dovranno trascorrere le prossime notti riparandosi con cartoni inumiditi e richiedendo di tanto in tanto ai passanti distratti e frettolosi qualche pesos d’elemosina

Ennio

Radio La Coliafata (1)

E' successo tutto grazie ad una serie di incontri fortuiti e...fortunati.

La lunga attesa dell'aereo a Fiumicino ha portato i nostri più audaci e smaliziati  ad aggirarsi fra le persone in attesa, raccontando chi eravamo e chiedendo di firmare la bandiera di Patasarriba che poi avremmo portato e lasciato agli amici argentini.

Fra i malcapitati anche tale Paolo Moiola, giornalista italiano che gira da anni per l'america latina interessandosi di questioni sociali, al quale non  è parso vero di trovarsi in mezzo a un gruppo come il nostro, eterogeneo e non ben identificabile, ma che fin da subito ha destato il suo interesse.

Durante le lunghe 14 ore di volo, fra un sonnellino e un film gli abbiamo raccontato la nostra storia e il motivo di Patasarriba e così ci ha “sposato”, nel senso che la settimana successiva ci ha seguito ovunque potesse aggregarsi e unirsi alle nostre manifestazioni.

Un giorno, precisamente il  mercoledì, si è presentato all'appuntamento con noi per andare al Matadero insieme ad altri 3 italiani, appena arrivati a B A. Uno di loro era uno psichiatra di Torino, Ugo Zamburru, con cui Paolo collabora da tempo, che lavora a Torino ma ha casa a BA. Ovvero: appena può prende ferie, viene a BA e porta avanti varie collaborazioni come volontario. Una fra queste: la Radio La Colifata. Chiacchieriamo a lungo quel mercoledì pomeriggio, di quello che si muove nell'ambito della psichiatria in Italia (fra cui Il treno per Pechino, i gruppi di automutuoaiuto il movimento  di “le Parole Ritrovate”, i gruppi sportivi legati all'esperienza dell'Anpis....) e anche dell'importanza di uscire, di muoversi, di farsi conoscere e andare a cercare cose nuove. Ugo è a BA in questi giorni anche per portare avanti il progetto di aprire un Caffè Basaglia nel popolare e suggestivo quartiere di San Telmo, a pochi passi dalla Plaza de Majo. Nasce da queste chiacchiere del mercoledì pomeriggio l'ipotesi che il sabato Ugo possa farci da apripista presso il più grande manicomio di Buenos Aires, il Josè Borda, per assistere a quello che lui non esita a definire - citando le parole dell'ideatore e coordinatore di Radio La Colifata Alfredo Olivera - un progetto politico, clinico ed estetico, ovvero la trasmissione in diretta della radio che da 12 anni tutti i sabati pomeriggio dalle 15 alle 19 trasmette da dentro il cortile del Borda ed esce nell'etere, anche via internet, per raggiungere tutto il mondo. Un vero ponte di collegamento fra il dentro e il fuori, fatto di parole, musica, auguri, telefonate in diretta, discussioni, racconti personali etc etc.

L'appuntamento quindi è per il sabato alle 15 davanti ai cancelli di questo gigante che è il Borda: spazi grandi e desolati anche all'ingresso, che sembrerebbe più un piazzale di periferia abbandonato a se stesso se non fosse per la sbarra e la guardiola con la polizia fucile alla mano davanti alla quale mettiamo subito via le macchine fotografiche. Siamo una quindicina di persone e Ugo ci presenta come la delegazione italiana in visita a BA per il progetto Patasarriba sulla salute mentale etc etc. I poliziotti ci consigliano di chiedere un permesso, anche per le foto, al medico di guardia che andiamo subito a cercare. Lo troviamo in mezzo al piazzale desolato dell'ingresso, barcollante perchè muj emborracciado, cioè ubriaco fradicio, come spesso capitava anche ai medici dei nostri manicomi un tempo, mi suggerisce Ugo in risposta al mio sguardo sconvolto e interrogativo.  Per il medico di guardia non c'è problema (immagino ne abbia altri...) se entriamo, andiamo alla Colifata, se fotografiamo, filmiamo..insomma tutto a posto. Entriamo allora dentro questo grande mostro del Borda di cui tanto abbiamo sentito parlare (anche nei giorni precedenti durante incontri e scambi con gli argentini) e che ha acceso tante nostre fantasie. La fatiscenza e l'abbandono sono il primo forte segno che ci colpisce, come se fosse man mano venuta meno  l' intenzione a mantenere  viva quella struttura da parte di chi la governa, di chi la vive, di chi ci lavora, perchè ha già da tempo perso il suo senso sociale, il suo significato di cura se mai l'ha avuto, il suo ruolo nella comunità. C'è gente che circola per i corridoi ma sembra quasi che nessuno ci veda. Noi fotografiamo e ci chiediamo alcuni perchè seguendo il passo svelto di Ugo che ci porta verso il cortile. Passiamo a fianco di camerate con le finestre coi vetri rotti e persiane divelte,  dentro ci sono persone sedute che ci guardano assenti, percorriamo corridoi con i muri scrostati o pieni di scritte, alcuni murales o opere artistiche alle pareti sono sommersi da scritte e macchie, in alto sopra alle porte ci sono le classiche insegne che ci ricordano che, nonostante le apparenze,  siamo dentro ad un ospedale in funzione: reparto dr. R. Drinelli psichiatra. Continuamo a seguire Ugo, finalmente entriamo nel cortile del Borda e ci troviamo in mezzo ad una sorta di foresta tropicale di alberi grandissimi e verdi, cespugli incolti e pieni di vigore, ruderi di quelli che dovevano essere vecchi reparti. Solo un muretto che costeggia tutto attorno è integro e pare da poco verniciato: è il muro di recinzione del carcere psichiatrico. Continuiamo il nostro percorso lungo sentieri e marciapiedi sconnessi, ogni tanto incontriamo qualcuno che va e che viene, e finalmente ci avviciniamo al punto dove la Colifata fa la sua trasmissione. Già da lontano sentiamo la musica e alcune voci, la trasmissione è già iniziata e allora ci avviciniamo con cautela. E' un piccolo piazzale, a ridosso di un caseggiato dismesso che funge da ripostiglio, sotto l'ombra degli alberi  un cerchio di sedie con 20 forse 30 persone e al centro la consolle con computer, il mixer e una ragazza che conduce. Ci vedono e ci salutano con molto calore, senza interrompere il loro lavoro,  qualcuna di noi riceve anche un baciamano, ci fanno sedere e entriamo automaticamente e magicamente dentro la trasmissione. Non c'è un confine, questa è la magia, sei lì e quindi sei dentro questo cerchio della comunicazione e del diritto di parola. Come per noi, così è per tutti. Ci sono i professionisti della radio, si riconoscono i facilitatori, i vecchi frequentatori ed animatori ma chiunque passi da quel luogo (immaginiamo un parente in visita o un cittadino che deve fare una visita specialistica, o un qualsiasi internato che cammina delirando) ha diritto di espressione. Dalla consolle continua il gingle di accompagnamento alle presentazioni, un ritmo allegro e incalzante che fa venire davvero voglia di parlare e raccontare, e così anche noi ci presentiamo. Il palinsesto è scritto su una gigantesca lavagna appoggiata al muro e man mano che la trasmissione procede una ragazza cancella il passaggio avvenuto: le presentazioni, un racconto autobiografico a cura di Rosa, l'evento della settimana raccontato da el pacalito, gli auguri di compleanno per uno dei più vecchi internati e frequentatori della radio, la languida Luciernaga curiosa cantata a fil di voce dal mitico Hugo Lopez (uno dei fondatori ed ex internato) e ad un certo punto non può mancare un, pare,atteso da tutti: una Raffaella Carrà a tutto volume che ci fa scatenare in danze furiose.

Non mancano telefonate in diretta, di cui capiamo poco, purtroppo.

Rimaniamo dentro al cerchio magico per qualche ora, ammaliati dall'atmosfera paradossale di libertà che si respira finchè le prime gocce di un potente  acquazzone  non ci riportano alla realtà. Salutiamo con baci abbracci e tanti ringraziamenti e saluti per l'Italia e riprendiamo la via dei tortuosi corridoi per raggiungere l'uscita e cercare un taxi.